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CARMELO ZOTTI - Mostra antologica 1973 - 1998

ANTOLOGIA CRITICA


[ ... ] Zotti cerca la energia del segno immediato, vibrato, del colore intenso, acceso, spesso raro: in certo modo la sua scelta par che si indirizzi verso un empito espressioni­stico, senza assumere di questo la brutalita istintiva e tagliente, anzi esigendo una condizione di trepida grazia formale. Sicché non idoli oppure emblemi si presentano nel quadro, ma propriamente immagini, il cui invito si regge sul fondamento di una severita che vuole anzitutto scavare nelle possibilità intrinseche della percezione espressiva... Qualche volta la composizione si congestiona oppure la determinazione poetica appare incerta oppure andrebbe riveduto un abbandono che finisce nell'occasionale. Ma, ciò nonostante, si deve stimare la trasformazione stilistica cui sono sottomesse le cose del mondo e quindi l'operazione poetica che le implica in un ordine dove si animano per nuovi segni luci colori.

In questo senso Zotti ritma il quadro per strutture aperte, inquiete e pur armoniche, quasi un canto senza titu­banze, dettato da quelle ambascie velenose che, dentro patite, si placano di poi nel contesto creativo senza violentare la vicenda espressiva.

Perciò ponderatezza e intelletto dei fatti del senti­mento e della cultura con­corrono nella pittura di Zotti a dar risalto ad una condizione dello spirito umano che oggi non si può ignorare e della quale prima che giudici bisogna essere interpreti.

Umbro Apollonio, 1957

 

 

 

[ ...] Grandi teleri, «perché la misura grande mi è necessa­ria» - diceva Zotti - e non aggiungeva parola. lo guardavo lui e guardavo i quadri, i tanti quadri rivolti al muro di ogni parete e i grandi disegni a pacchi, distesi per terra. Gli epi­sodi di lunghi e «numerosi» racconti, come un romanzo interminabile dove figure appaiono e dispaiono per ripre­sentarsi ad un certo momento all'improvviso. Lo spazio di ciascuno di questi quadri è un luogo d'incontro di situazio­ni le più diverse e le più autentiche. Lo spazio è un'ora di cielo, di acqua, di terra dove l'uomo s'incontra con il pro­prio sogno, desiderio, bisogno, ansia, per amore o per morte. Zotti racconta senza comporre una storia figurati­va, senza organizzarla prima mettendovi ordine in base a idee generali grandi o piccole, sue o altrui. è la materia del racconto che conduce l'autore, che la rincorre a balzelloni stenografici fissandola per un attimo fuori dal flusso di una vita senza soste, in perpetua trasformazione. Gli succede allora di fermare, la struttura di un volto, di un seno, di una mano, di una fronda nell'aria mattinale colma d'azzurro. La materia narrativa di questi quadri si interpreta di volta in volta: sono pagine di un libro aperto, che si può comincia­re ad ogni momento, alla prima come all'ultima,

Zotti non parla: mostra i quadri con gesti molto misurati e sinceri. Sinceramente si muove come uomo. Non recita a soggetto. Ha visitato il mondo dove riteneva di trovare qualcosa che gli fosse utile. Così è stato al Messico. Zotti porta avanti questo difficile discorso della pittura credendo che la vita sia tutta da vivere, ed è una fede che lo fa forte e singolare artista in un momento di acuto malessere della nostra cultura figurativa.

Giuseppe Mazzariol, 1964

 

 

 

[...] Ecco la chiave per capire la pittura di Zotti: essa risie­de in questa esperienza dell'«estraneo», cioè dell'ignoto. Zotti si è tuffato voluttuosamente nel «mare misterioso» dell'enigma dechirichiano, e naviga alla ricerca di nuove spiagge su cui fissare la sua mente estenuata, ..

I relitti di un tale viaggio (è «un dormire da svegli», avreb­be detto Mallarmé) sono qui davanti a noi: la sfinge, l'ele­fante, il sarcofago, la piramide, la fontana, segni e segnali di una iperrealtà ripescata attraverso il simbolo, l'allegoria, la trasposizione fantastica.

Il quadro è il campo elettrico in cui questi arcani vettori si fissano, in un'assorta mobilità che è "attesa"; e subito le reliquie deposte dalla psiche si avviluppano tra loro, si aggrovigliano, entrano l'una nell'altra, creando tutta una serie di nessi, di instabili liquidi rapporti. Si resta interdetti, come se la "lettura" ci sfuggisse, gli occhi della mente (non diversamente dal meccanismo fisiologico di un astigmatico) non riescono a mettere a fuoco l'immagine, che pur è limpida e precisa.

I quadri di Zotti si trasformano continuamente, insistendo con raffinata crudeltà sul terreno di un antropomorfismo portato alle estreme conseguenze, dove la natura si carica di animismo panico e la latente carica sessuale diventa vitalismo, forza erompente ed oscura.

Nella pur ferma e netta stesura del quadro si gonfiano e si dilatano magmi misteriosi, morbide escrescenze fungiformi, che assumono aspetti in perenne mutazione psichica e poi, improvvisamente, si aprono al dolce lirismo di un paesag­gio vegetale appena intravisto. La piramide, sul fondo, diventa il simbolo misterioso di un'immanenza che presie­de al germinare sotterraneo della vita ...

Pare impossibile: ma equilibrio, nettezza o ambiguità, dol­cezza e crudeltà riescono, in questo conturbante Zotti, a conciliarsi, è il miracolo della pittura-pittura.

Paolo Rizzi, 1974

 

 

 

[...] La disponibilità immaginativa del suo lavoro pittorico - in un ambito che, genericamente, viene polarizzato nelle correnti artistiche dell'espressionismo fantastico -, l'ha condotto al ricupero di un repertorio iconologico, in parte gia attivo con le sue precedenti figurazioni.

Tuttavia, rispetto al periodo delle sue «dissacrazioni stori­che» - dei linguaggi classicheggianti, delle rappresentazioni auliche o alle stesse simbologie erotiche di qualche anno fa, esibite con sontuosa, ma ambigua evidenza - soltanto oggi sembra che questa ricerca possa assumere tutta la sua ampiezza e profondità problematiche.

Zotti dunque ripropone un discorso di immagine denso di significati e di allusioni, nel circolo di una rappresentazione profana che si riversa, ironicamente e paradossalmente, sulla propria enfasi mitologica ...

Le forme di Zotti non sono cristallizzate, congelate in una dimensione atemporale, in un silenzio assoluto e vacuo, piuttosto sono, tuttora, forme vibranti, ricche di risonanze emotive, di una materia fisiologicamente pulsiva, di una espressività che si fa persino esuberante nella sua vitale organicità. Ma si dà anche come una materia sontuosa, densa e concitata, voluttuosamente corrosiva degli stessi miti della nostra cultura iconografica. Un senso di disfaci­mento invade la figurazione di quelle allegorie, ora tenera­mente gioiose, ora panicamente angosciose, ora ironica­mente paradossali ...

Ricorrono nel repertorio iconologico del pittore motivi formali e simbolici che però hanno ruoli diversi come la piramide, la sfinge-satiro, le fontane erotiche, l'elefante amoroso, la dama-bambola, in un processo di spaesamen­to oggettivo, con cui queste immagini si confrontano, pro­vocano una tensione traumatizzante oppure si confondo­no in una fittizia dimensione scenica con lo spettacolo di un onirismo stravolto.

 

Tonio Toniato, 1971

 

 

 

[ ... ] Nelle opere di Carmelo Zotti le figure umane ­ferme, attonite, smarrite, incalzate dall'insorgere di avverti­menti inconsci, percorse dal fremito dei

sensi ovvero immobili nell'assorto piacere del sogno - vivono portandosi accanto le presenze quasi materializza­te delle inquietudini più intime e incon­fessate. Le definisce il segno, nel suo fluire mobile, sinuoso e alla fine anche continuo, nonostante i ritorni e le ripre­se parallele determinate dalle diverse cadenze del ritmo. Oltre che con il segno, le immagini di Zotti trovano anche la loro esclusiva ambientazione mediante il colore, che ha un timbro assai riconoscibile e fortemente allusi-

vo, concorrendo nell'impegno di dare forma e significato all'invisibile e a quanto sfugge al codice speculare, di deci­frare cioè queste figure-mito che vivono nella finzione pit­torica tra smarrimenti e inquietudini, tra insorgenze eroti­che e ambiguità ironiche e che, in ultima analisi, reincarna­no gli eterni enigmi dell'uomo e dell'esistenza.

Salvatore Maugeri, 1983

 

La partita espressiva di Carmelo Zotti sembra giocarsi in un ambito metaforico che potremmo definire «dalla rap­presentazione alla pittura». Non deve sorprendere perché l'arte, a ben vedere, ha sempre indossato gli abiti della metafora e del travestimento e le immagini di Zotti pos­siedono non a caso una forte "apparenza" simbolica. AI centro di tali immagini risiedono quasi stabilmente due figure - un uomo e una donna - protagoniste di situazioni che possono essere di volta in volta storiche o quotidiane, senza che per ciò essi perdano la loro connotazione di "indifferenza" o si rendano effettivamente partecipi di un "erotismo rappresentato" ...

Zotti si serve a questo proposito di una "messa in scena" che tende a rendere inattuale la realtà con una intenzione

che mira ad esibire, nello stesso momento, le figure e la struttura stessa della pittura.

Si avverte così che la superficie della tela sopporta la tensione di uno scon­tro con la realtà poiché la volontà del­l'artista è quella di ricercarne un'altra, quella "concreta" della sua immaginazio­ne. In questo senso sembra che Zotti non proceda all'ispirazione verso l'ope­ra ma, al contrario, dall'opera all'ispira­zione. C'è infatti nel suo lavoro «un pia­cere del fare pittura» che può condurre nel corso dell'azione verso molteplici derive non previste, verso un accadimento non program­mato, un evento che ha bisogno della manifestazione PCI" esistere ... Tutto ciò configura una sorta di "ambiguità" che però consente involontari ed inaspettati rispecchiamenti da parte dei riguardanti, a volte carezzevoli ed avvolgenti, altre volte disturbanti ed inquietanti.

Ma forse sta proprio in questa ambiguità la "verità" dell'o pera di Carmelo Zotti, nella precarietà definitiva che delinea un terreno espressivo instabile e duraturo, capace di far vedere l'invisibile che è dentro di noi, come avviene sempre, del resto, con l'arte e con la poesia.

Enzo Di Martino, 1990