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CARMELO ZOTTI

Nel novero di quei giovani pittori malinconicamente ancorati alle "boe delle più ostina te «personalità», detentori di notevoli patrimoni di scaltrezze, logorati fino alla consunzione, non è compreso il nome del veneziano Carmelo Zotti.
Mi diceva un amico medico, che certuni malati muoiono per qualche cosa che egli ama definir «fame d'aria ».
Non so se nel linguaggio specifico della medicina l'espressione sia esatta o contenga, quanto meno," del vero. A me è piaciuta. Mi si passi, ora, l'analogia: è un fatto che i decessi per mancanza d'aria, nella pittura italiana contemporanea, sono numerosi, per un certo verso allarmanti. Si tratta realmente di consunzioni per via d'ossi­geno mancante. Ovvio, mi pare, esemplificare con delle citazioni: le gallerie sono piene di nomi, di piccoli genii stagionali puntellati a qualche premio più o meno clamoroso, a quattro vendite affrettate e fuor di mercato. Capitali costituiti da piccole trovate, dilapidati al di là dell' amore.

Carmelo Zotti, anche a guardarlo appena, dà a capire com'egli non sia né linfatico, né anemico, né moralmente posticcio. Non partecipa, dunque, a quella folla di giovanissimi, limitati in partenza e destinati al fallimento.         
Carenza di generosità, di liberalità di gesti, di pensiero, di opi­nioni, di respiro, di ampiezza di movimenti compiuti dentro e fuori di sé: moti, naturalmente, tutti vietati a quest'altri dalla caparbia opinione d'una presunta «posizione interiore» da difendere.

Nello Zotti, che proviene anch' egli dalla scuola di Saetti, nel suo straordinario fiotto d'umori, di forze, di agilità che traspare dai suoi quadri, è l'immediata dichiarazione di una natura generosa, pro­diga, violenta, veemente: preciso riflesso dell'uomo così semplice, sa­no, non infettato da complessi oggi di moda.
(C'era da trasalire, alcuni mesi or sono, alla notizia della sua esclusione da una troppo conclamata mostra veronese nella quale quattro modellini, fatti su misura, avevano pur tanto intenerito una commissione curiosa!)
Sarei tentato di dire che la posizione dello Zotti, allo stato odierno delle cose, è igenica. Posizione ricca, ho detto, di impeto e talora, morfologicamente di strapotere: qui, forse, si aprirà domani la lotta che dovrà sostenere il giovane pittore. Non si tratta, dunque, di stimolare altre forze, quanto di saperle tenere a bada, incanalandole secondo una precisa esigenza di anima o, quanto dire, di stile.

Appetto a certe ciprie di pastello, sorta di "farine colorate tinteg­gianti arzigogoli e cineserie da candelari di profumiere, cose occasio­nali, tutte esterne, io penso allo Zotti e, con lui, ad altri validi pitto­ri della sua generazione, a Venezia, a Milano, a Bologna, a Roma, e mi pare una salvezza autentica il loro scatto, la loro aggressione appassionata alla natura, al colore, al mondo dell'arte; persino i loro ingorghi, i loro errori più palesi.
Se è vero che barbarismo, ineleganza, maldestro, suonano come sanità in una civiltà nuova, in costruzione, quasi fragrante sapore di ma­dia di fronte a certe dorate quanto superflue squisitezze di cucina, io sono lieto di affermare che lo Zotti è un primitivo.
Mi auguro, come penso, che la sua mostra, per la «mia» città di Lucca, costituisca un avvenimento: stimolo di luce nel buiore generale.

 Montepiano, settembre '57
GASTONE BREDDO