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CARMELO ZOTTI

Raccolgo un foglietto strappato, che gia­ce a terra, sull'impiantito della casa-stu­dio di Carmelo Zotti nella campagna san­donatese. Leggo: « ... Ganimede è un intruso nell'Olimpo, un elefante lo è a Roma, una fenice lo è in India: e normal­mente noi preferiamo le cose che più ci sono estranee e che provengono da mag­giori lontananze ». La monca frase è di Robert Burton ne «L'anatomia della ma­linconia ». Ecco la chiave per capire la pittura di Zotti: essa risiede in questa esperienza dell'« estraneo », cioè dell'igno­to. Zotti si è tuffato voluttuosamente nel «mare misterioso» dell'enigma dechiri­chiano, e naviga alla ricerca di nuove spiagge su cui fissare la sua mente este­nuata. I relitti di un tale viaggio (è «un dormire da svegli », avrebbe detto Mal­larmé) sono qui davanti a noi: la sfinge, l'elefante, il sarcofago, la piramide, la fon­tana, segni e segnali di una iper-realtà ri­pescata attraverso il simbolo, l'allegoria, la trasposizione fantastica. Il quadro è il campo elettrico in cui questi arcani vet­tori si fissano, in una assorta immobili­tà che è «attesa»; e subito le reliquie deposte dalla psiche si avviluppano tra loro, si aggrovigliano, entrano l'una nel­l'altra, creando tutta una serie di nessi, di instabili liquidi rapporti. Si resta inter­detti, come se la «lettura» ci sfuggisse: gli occhi della mente (non diversamente dal meccanismo fisiologico di un astigma­tico) non riescono a mettere a fuoco l'immagine, che PUT è limpida e precisa. Questo procedimento lucidamente onirico di Zotti ha lontane matrici. Affonda in un terreno che, sondato da cupo romanti­cismo nordico (Bòcklin-De Chirico) e dal simbolismo francese (Redon), è stato il campo stesso d'indagine dei surrealisti, e soprattutto di Ernst. Appunto Ernst par­lava di «quella esigenza vitale dell'intel­letto di liberarsi dall'ingannevole paradiso dei ricordi prefissati e di cercarsi un nuo­vo campo d'esperienza, incomparabilmente più largo, in cui i limiti tra il cosiddetto mondo interiore e quello esterno vadano via via dissolvendosi". Alla base di un tale processo sta però, come nota Werner Haftmann, "un continuo doloroso urtarsi contro l'enigma della natura, da cui sor­gono come controimmagini i simboli ma­gici e le figure mitologiche". Ecco per­ché la pittura di Zotti ci appare come una testimonianza dolorosa, dilacerata: essa é i/ frutto di un equilibrio instabile tra realtà esterna e realtà interna, tra nuda proposizione dell'" ingombro" fisico del­l'oggetto e sua ricreazione attraverso l'in­sondabile meccanismo della psiche. Si in­tuisce l'assillo del pittore che cerca di conciliare questi due mondi, attento sem­pre a svelare le verità opposte.

Che cosa "significa" per noi l'elefante? o la sfinge che pare mutarsi in carne? o la fontana-rubinetto? o il sarcofago che si apre a mostrarci un Lazzaro che non risorge? Zotti ricorre ad un repertorio tra l'archeologia e l'esotismo, laddove, in uno spazio senza tempo, riemergono ricordi e suggestioni di un lontano mito mediter­raneo, rivisto attraverso il velo della cul­tura. Come nell'Elefante Celebes" di Ernst o nei" Bagni misteriosi" di De Chi­rico, egli raccoglie e reinterpreta i motivi più contrastanti, senza cadere nell'"attività paranoica-critica" di Dali, sebbene lievitando gli oggetti in una dimensione rarefatta, in cui galleggiano in una essen­za ideale: è un procedimento di esalta­zione e sublimazione dei significati, in cui ogni segno, ogni forma, ogni tono di colore risponde di per sè, collegandosi infine in una simbiosi inquietante. All'ar­cheologia riscoperta si unisce l'escre­scenza tumorale, il gonfio vitalismo della materia organico-vegetale; e a/l'esplicita presenza dell'erma greca o della sfinge egizia si sovrappone magari il ricordo di un "uomo mascherato" che non si sa se riappaia dai fumetti degli anni Trenta o dall'ironia dissacrante di un De Chirico d'oggi.

In tutto ciò gioca, ovviamente, il gusto dell'ambiguo, che resta, come si sa, una delle componenti peculiari delle attuali tendenze neo-surrealiste. I quadri di Zot­ti si trasformano continuamente, insisten­do con raffinata crudeltà sul terreno di un antropomorfismo portato alle estreme conseguenze, dove la natura si carica di animismo panico e la latente carica ses­suale diventa vitalismo, forza erompente ed oscura. Nella pur ferma e netta ste­sura del quadro si gonfiano e si dilatano magmi misteriosi, morbide escrescenze fungiformi, che assumono aspetti in perenne mutazione psichica e poi, improv­visamente, si aprono al dolce lirismo di un paesaggio vegetale appena intravvisto. La piramide, sul fondo, diventa il simbo­lo misterioso di un'immanenza che pre­siede al germinare sotterraneo della vita. Così, almeno, mi appaiono questi quadri: tragici e lirici insieme, carichi sempre di allusioni, di prensili memorie. Ma come definirli? L'occhio del bianco ciclope mi spia dietro un cespuglio; la larva di una greca bellezza si contamina di orribili escrescenze; e il colloquio tra l'erma e il rigonfio tumore resta terribilmente muto. Sono quadri scostanti e seducenti: cer­to è che lasciano il segno. Dopo averli passati in rassegna per un paio d'ore, co­me ho fatto nel casolare sperduto di lot­ti la loro ombra mi perseguita ancora. Forse è una liberazione (psichica) scri­verne. E occorre aggiungere - al di là di tutti i riferimenti di cultura che essi comportano e che sarebbe ozioso elen­care - che questi quadri riescono a fon­dere due aspetti raramente riscontrabili nella stessa pittura: l'oscura forza del simbolo e la bellezza direi tatti le, oltre che visiva, della materia.

lotti è un veneto che discende da lontano, fors'anche dall'ambiguo lirismo della " Tempesta" di Giorgione; ed ha nel san­gue le nostalgiche soavità della pittura " antica". L'incanto metafisica non ha la durezza metallica di un De Chirico, ben­sì la morbidezza tonale di un veneto. An­che laddove il colore urge e stride e pic­chia, l'orchestrazione dell'immagine obbe­disce ad una misura che è anzitutto uma­na. Pare impossibile: ma equilibrio e squi­librio, nettezza e ambiguità, dolcezza e crudeltà riescono, in questo conturbante lotti, a conciliarsi. E' il miracolo della pittura-pittura.

 
Novembre 1971
PAOLO RIZZI