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Zotti, Orizzonti Onirici

Nulla può essere più singolare dell'essere veneto, dell'essere discendente naturalmente consapevole d'una lingua, d'un modo d'agire e di vedere che talvolta diventa un modo di fare e di creare. Provenire da quelle arie che ormai mescolano la placida ansia lagunare con l'umida fisicità delle terre e con le fredde follie dei venti montani. Discendere da una storia che fu gloriosa e battagliera, pronta alla sfida e al confronto. Sentirsi eredi d'un patrimonio di cose, di fabbriche architettoniche e di paesaggi coltivati, ma pure di modi di fare, di comportamenti intimi forgiati sulle galere e sedati sotto le volte delle chiese, di passioni che affondano le radici fra sabbie mobili e Desdemone disperate. Vogando, pregando, desiderando e bisbigliando. Poi sognando. Vivere a Venezia peggio ancora. Lasciandosi trascinare dal sentimento d'essere l'eletta continuità d'Alessandria la Grande dove furono prelevate le sacre ossa del santo protettore ma d'essere pure legittimati dalla sua nemica Bisanzio alla quale si rubarono i cavalli della basilica e i tetrarchi di porfido imperiale, o forse di portare nelle proprie carni le tracce d'Alessandro Magno stesso. Singolare è allora sentirsi un pezzo misterioso d'Oriente sposato con il delta del Po. Le piramidi sono naturali come le trifore dei palazzi, le anguille delle valli e la Tempesta di Giorgione.
Tutto ciò potrebbe legittimare Zotti ma non lo spiega. Può rendere autentico il suo operare ma non ne smonta il meccanismo creativo. Carmelo Zotti è nato triestino nel 1933, quando quella città aveva perso la breve supremazia marittima su Venezia e, integrata all'Italia, coltivava solo nella memoria l'attaccamento ad un impero vasto e irrimediabilmente evaporato. Zotti fece come i triestini facevano; se ne andò a studiare a Venezia, ma continuando a sognare orizzonti lontani trovò soltanto più tardi la sanzione per la fuga, che era ovviamente mentale, nel lontano Messico, lo stesso paese nel quale aveva tre generazioni prima cercato un infausto destino un altro residente triestino, quel Massimiliano d'Asburgo che dal castello di Miramare salpò per il plotone d'esecuzione laggiù travestito da imperatore. La vera fuga di Zotti avvenne nelle fantasie surrealiste che da Venezia passavano durante le Biennali e che lasciavano depositi germinali nelle aule dell'Accademia dove egli insegnò tutta la vita. Strana cosa la fortezza aperta dell'insegnamento. Garantisce la sopravvivenza economica e lascia liberi di sperimentare fuori dalle costrizioni del confronto mercantile. Permette di informarsi, di assimilare, di metabolizzare. In Zotti si ritrovano i temi più efficaci delle tensioni che hanno caratterizzato la pittura dei trenta anni successivi alla seconda guerra mondiale. Rimescolati, conditi da pensieri visivi propri. Forti e determinati. L'Accademia e Venezia assieme gli hanno consentito una ulteriore libertà, che era quella di non considerare la pittura una lingua superata da altre fenomenologie delle arti, anzi di coltivarne l'essenza perenne e vederla evolvere. Una evoluzione, quella del suo dipingere, che avviene nel colore e nella materia senza perdere per un attimo il flusso radicato delle energie, un non so ché di triestino decadentista e di veneto acquatico, luminoso e trasparente.
Nulla sarebbe il dipinto se non contenesse un racconto. L'avere abbandonato quasi immediatamente la strada sicura e formale dell'astrazione per tornare alla figura richiedeva una narrazione. L'aggancio surrealista certo consentiva diritti di elaborazione fuori dalle trame che gli altri realisti erano costretti a seguire sbandierando maccheroni o funerali. Ma non tanto nell'onirico fu il suo viaggio quanto nella lasciare sorgere spontanea la fantasia della propria coscienza profonda, che era quella del sogno, delle lontananze estetiche e delle vicinanze erotiche. Si forma così in lui un intrigante cosmo, che riesce quando vuole ad essere inquietante, che sfiora se lo desidera sensi di vita e di morte a tal punto da apparire come una illustrazione per una ignota bibbia apocrifa. Un cosmo comunque dove lui e lei sono i protagonisti perenni, lui che guarda lei, lui che la teme o la domina quando è sfinge, lui o lei che si nascondono dietro maschere mostruose e benevole al contempo. Lui che può essere montagna nel mare come un lingam nel tempio, o elefante o lei elefantessa.
Nulla sarebbe il racconto se non scaturisse dal talento. Il talento medesimo che trasferisce il racconto a gesti sulla tela o sulla carta. Il talento che nella seconda metà del secolo XX era assai facilmente considerato una ingiusta e riprovevole discriminazione, poiché solo le idee dovevano gestire le sorti del sentire. Quel talento invece Zotti lo coltivò senza vergogna ma pure senza esaltazione, lasciando che prendesse la sua strada naturale, che permettesse alle sensazioni di sgorgare e di defluire e infine di testimoniare che tutti gli uomini non sono gli stessi, perché alcuni di essi hanno il dono di vedere e di indicare, e la capacità di trasformare le proprie visioni in immagini specchio dove gli altri, se lo desiderano, possono ritrovare un pezzo del loro proprio sentire.