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ZOTTI & ALLIEVI Nell'arte e nella vita

La Pittura mitica di Carmelo Zotti.  Per una più profonda comprensione dell'esistenza.

Carmelo Zotti è  stato un maestro non solo per il suo talento non comune, ma anche per le sue straordinarie doti di umanità e,  soprattutto per la sua instancabile dedizione alla pittura.Buona parte della sua vita l'ha trascorsa nelle aule dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, come studente prima, come amatissimo docente in seguito.Stimato dal suo maestro Bruno Saetti da cui aveva appreso la fedeltà al lavoro e forse anche la creativa indipendenza del segno rispetto all'oggettiva conformazione figurale, Zotti ha però sempre avuto ben chiara la concezione della propria e dell'altrui indipendenza creativa.Talora raccontava che, pur apprezzando i consigli di Saetti, essendo l'insegnante intervenuto una volta, materialmente su uno dei suoi lavori, la mattina dopo, glielo aveva fatto trovare in aula tutto tagliato in sottili striscioline con una lametta.Il rispetto per la nascente personalità artistica degli allievi ha sempre improntato l'insegnamento di Carmelo Zotti, come è testimoniato dall'ammirazione e dall'affetto degli artisti che con lui si sono formati

Un innato istinto di esplorazione, al di fuori di ogni astratto formulario o di ogni costrittiva schematizzazione ha caratterizzato l'intero sviluppo della creatività pittorica di Carmelo Zotti.
Le sue straordinarie qualità umane ed esistenziali lo hanno infatti spinto costantemente a superare gli aspetti più superficiali ed effimeri  della realtà per cimentarsi in sondaggi ben più profondi e complessi che lo hanno portato al disvelamento e all'espressione di immagini aspre, pungenti, magari difficili e, talora, forse, persino apparentemente ostiche, ma difficilmente uguagliabili per intensità e ricchezza di significato.
Dopo gli esordi nei primissimi anni Cinquanta, caratterizzati da una spigliata e quasi istintiva e multiforme espressività, Zotti, più che dalle esperienze di matrice postcubista, allora, per molti aspetti dominanti a Venezia, dove pure saprà far tesoro, frequentando l'Accademia di Belle Arti, degli insegnamenti  e del raffinato mestiere di Bruno Saetti, si sentirà subito attratto dal più vasto contesto europeo, con una particolare predilezione, come lui stesso avrà modo di testimoniare, per il Nord d'Europa, il Belgio, l'Olanda.
I suoi disegni e i suoi dipinti verranno così, ben presto, arricchendosi di rimandi di matrice postimpressionista, ma anche di riferimenti al libero e forte linguaggio espressionista di Constant Permeke, per aprirsi quindi, in un breve volgere di tempo, non senza attenzioni alle esperienze dei cosiddetti Jeunes Peintres de la Nouvelle Tradition Francaise, a una sorta di libera parafrasi del reale caratterizzata da una sempre più ampia autonomia del segno e delle cromie.
Sarà comunque una sempre latente propensione a figurare  a farsi ben presto strada nella immediatamente successiva serie dei Deportati: dipinti popolati da incombenti corpi, allucinati e quasi disfatti, memori, pur in un rinnovato orizzonte di relazioni, anche delle molteplici risorse  dell'Informale.
Nuovi, fondamentali impulsi gli verranno quindi, grazie a una Borsa di studio dell'Accademia Internazionale di San Luca, da un prolungato soggiorno negli Stati Uniti e soprattutto in Messico, dove avrà modo di conoscere le opere e alcuni dei maggiori protagonisti del Muralismo, ma sarà forse ancor più affascinato dal deserto, dal lussureggiante rigoglio della vegetazione tropicale, dai cactus, dalle piante carnivore che subito verranno a popolare i suoi quadri, rinnovando il vigore vitalistico del segno, sempre più libero e allusivo e volto più a raccontare che a rappresentare.
Rientrato in Italia, su questa linea, Zotti verrà ulteriormente allargando i termini del proprio linguaggio espressivo confrontandosi autonomamente con la spontaneità dell'immaginario segnico-figurale di Cobra, con la pittura ricca di significati simbolici e ritualistici dell'inglese Alan Davie, approdato in quegli anni alla corte veneziana di Peggy Guggenheim e presente alla Biennale del 1959 e, in seguito, anche con il figurativismo antropologico, allusivo della condizione esistenziale dell'uomo-massa, ma ricco di riaffioranti memorie ancestrali del tedesco Horst Antes.
Dopo importanti affermazioni e riconoscimenti, tra i quali il Premio Longo alla Biennale del 1964, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, nell'arte di Zotti gli aspetti di commistione pittorica verranno progressivamente decantandosi in una sempre più limpida focalizzazione dell'immagine come scena, nella quale proiettare e far riemergere gli impulsi, le cognizioni, le paure, gli aneliti che affliggono o guidano, angustiano o confortano l'umanità contemporanea.
La visione acquista allora la lucida dimensione del sogno a occhi aperti, superando gli stessi confini della pura visibilità per lasciar presagire ulteriori espansioni di significato.
Sarà questo anche un modo per reagire all'imporsi e al dilagare delle poetiche Pop, limitate ai più immediati aspetti della quotidianità e volte, attraverso gli strumenti della pubblicità e dell'informazione massificata, a glorificare il debordante insieme dei prodotti che spesso trovano una giustificazione solo nella necessità di aumentare i consumi.
A un tale orizzonte, Zotti verrà contrapponendo consapevolmente una cultura diversa, sedimentata, stratificata. Una cultura che affonda le sue radici nella notte dei tempi, reagendo così all'effimero, alla piattezza e alla superficialità di un mondo che appare prevaricante e oppressivo proprio in quanto a una dimensione.
Ecco allora l'importanza del mito, magico suscitatore di inattese apparizioni, portatore di antichi, irrinunciabili valori a cui continuare a richiamarsi.
I dipinti di Zotti andranno così popolandosi di figure enigmatiche: elefanti e nudi di donne, divinità pagane e personaggi biblici, piramidi e sarcofagi, templi, piscine lustrali, sfingi.
Oriente e Occidente, Eros e Thanatos, passato e presente vanno così rimescolandosi, dando origine a misteriosi incontri.
Ricordi, desideri, affetti, ataviche e quasi innate cognizioni o viceversa inesauribili attese e insondabili auspici affiorano come avrà modo di affermare lo stesso Zotti (Zotti. Simboli e metafore, a cura di Michele Beraldo, Treviso 2007) "... nelle sfumature del sogno, in forme antiche e primitive, in una veste quasi metafisica, di isolata e quieta solarità."
Sono questi i temi e i motivi destinati a improntare in maniera duratura la pittura di Zotti che in un sempre più ampio e complesso orizzonte di impulsi e di riferimenti - da Bocklin a De Chirico, dal simbolismo di Gustave Moreau e di Puvis de Chavannes, alle sconvolgenti deformazioni di Bacon, agli inarrestabili metamorfismi di Max Ernst, dall'avvolgente espressività munchiana  agli aspri e incisivi dinamismi kirchneriani, ai vigorosi ed evocativi plasticismi sironiani: sempre reinventati e ricondotti alle inconfondibili formulazioni della  sua personalissima fantasia inventiva, nel corso dei decenni verrà realizzando  una sempre più sensibile e immanente modulazione e varietà delle luci, dei timbri e delle tonalità cromatiche, di volta in volta lievi e sognanti, o dense e incupite, o accese, screziate, trasparenti, delicate e  opalizzanti, mentre sempre più viva  andrà facendosi la sua attenzione per la fluida conformazione delle figure, tuttavia sovente come contrappuntate da rapide pennellate e da guizzanti linearità segniche: quasi linee-forza  in cui verranno coagulandosi e come magneticamente espandendosi nello spazio i segreti impulsi, gli stati d'animo, i subitanei scatti interiori dei diversi e sempre medesimi protagonisti.
In ogni caso, non si deve assolutamente ritenere che il suo ormai consolidato universo poetico lo isolasse in qualche modo dal reale.
E' infatti proprio il mito a far affiorare le verità più profonde.
Estremamente significative sono, a questo proposito le grandi carte che, nel '94, con straordinaria, lancinante immediatezza, Zotti ha dedicato alla tragedia dei Balcani.
La sua coscienza ferita di uomo europeo ricorrerà infatti, senza alcuna attinenza confessionale, alle grandi e universali iconologie  della crocifissione, della passione e morte e della deposizione di Cristo per  gridare la sua laicissima disperazione per il fatto che culture e civiltà diverse, comunque unite da secolari legami alla medesima terra, invece di scegliere la pur difficile via dell'incontro e del miglioramento reciproco, avessero preferito la distruzione, la violenza, la sopraffazione.
In seguito, quasi per reazione,  l'attenzione del pittore, andrà invece sempre più concentrandosi su tematiche più intime e familiari: gli infiniti aspetti dell'eros e della convivenza, il desiderio, l'affetto, le reciproche offerte, i dinieghi, le provocazioni, le schermaglie e le noie, le tentazioni e le tenerezze, in un continuo gioco di corpi, di sentimenti e di sguardi.
Il mito continuerà a sussistere e a permeare tali nuove immagini, nonostante il loro apparente avvicinarsi alla visione comune, al qui ora della nostra esistenza, ma questo sempre più sottile velo che le separa dalla pura e semplice quotidianità, lungi dal far diminuire il loro senso di sospensione e di mistero, pare renderle, per taluni aspetti ancor più intriganti, espandendone le sottili capacità di seduzione.
L'artista sembra così cercare di instaurare con il fruitore un dialogo insieme profondo e immediato, all'interno del quale, senza toccare i toni falsi e stentorei del proclama o dell'informazione indifferenziata, o ricercare l'assurdo appagamento della mera narrazione erudita, sia ancora possibile attingere a una comune, fraterna riflessione che, agli antipodi di ogni voyeuristico solipsismo transavanguardistico, sia in grado di ridare, nei termini di un totalmente rinnovato Umanesimo, un senso più vero e coerente alla irripetibile, meravigliosa avventura della vita.
Emerge così una straordinaria capacità di comprendere e valorizzare non soltanto il proprio percorso, ma anche le innumerevoli strade intraprese dai più diversi interlocutori.
E' questo un particolare dono che ha condotto Carmelo Zotti non solo a comunicare tramite il suo più che trentennale insegnamento all'Accademia di Belle Arti di Venezia le multiformi qualità del suo magistero, ma altresì a intessere una straordinaria rete di incancellabili rapporti umani.

Dino Marangon