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ZOTTI, opere 1958-1992 L'IRRISIONE E LA MALINCONIA Di quel 1974 che fu anno fervidissimo è un quadro intitoato «L'uccello della notte», che, fra i tanti, bene esemplifica alcuni tratti portanti della poetica di Zotti, L'artista triestino - e veneziano ed europeo - aveva raggiunto da tempo la maturità, e, superati gli accenti più concitati dell'esordio, preparava le elaborazioni a venire dando nella vasta tela una sorta di dimostrazione di metodo. In un singolare interno dal pavimento d'acqua e dalle pareti rosa, una figura seduta sulla sinistra e sormontata da un uccello notturno coglie ed amplia nel gesto un alone di paura; sulla destra una quinta grigioazzurra ha forma d'elefante, simbolo e fantasia ricorrente, e all'esterno, dal pavimento che si fa piscina, un'altra figura, ricorrente anch'essa come Leandro o imprecisata ninfa, occhieggia, e su di essa veglia un angelo-apparizione in riconoscibili forme ernstiane. La piramide cui la figura si appoggia, la sedia, l'interno-esterno, riportano a De Chirico; il busto emergente e la stessa piscina sono retaggio bockliniano o klingeriano, e insomma come in una tavola didattica Zotti svolge un campionario dei suoi riferimenti culturali. Ma enuncia insieme la loro insufficienza a motivare uno spessore poetico che viene non da quei supporti ma dal loro sottile ed essenziale stravolgimento.
L'ALBERO E LA SERA Marco Goldin Quando Cannelo Zotti, nel 1959, dipinge alcune figure, e poi l'immagine di un «Deportato», tutte molto dense, irte e gravide di materia, belle come può esserlo la verità quando si presenta nuda ed essenziale, sta volgendo al termine la folgorante stagione dell'lnformale, che per l'intero decennio, da un punto all'altro dell'oceano, aveva tenuto il campo, senza diventare mai, allora, una moda a freddo, se non altro per la potenza, tragica e innovativa, di molti tra i pittori che sotto quell'etichetta furono raccolti. Così anche in Zotti gli echi sono più d'uno, inizialmente formatisi sull'amore per il maestro d'Accademia a Venezia, Bruno Saetti. Da Hartung a Wols, da Appel a De Kooning, da Dubuffet a Fautrier, a segnare il ventaglio geograficamente composito di un'arte che abitava in Olanda come in Germania, in Francia come in America, con l'eccezione parziale dell'Italia, dove i soli Morlotti e Burri, in quegli anni Cinquanta, mostravano di poter tenere il passo di compagni stretti nell'idea che vita e materia, con cui quella vita raccontare, non fossero separabili. Del resto Dubuffet, nel 1946, nel suo «Prospectus aux amateurs de tout gem'e», aveva chiarito bene proprio questa situazione: "L'arte deve nascere dalla materia e dal mezzo e deve conservare traccia del mezzo e della lotta di questo con la materia. Non solo l'uomo deve parlare, ma anche il mezzo e la materia". C'è una sensazionale, ombrosa e sacra, serie di nudi dipinta da Jean Fautrier nel 1926; avara di colore, liquido e come trasparente e acquatico nella notte. Introduce a una breve ripresa di temi analoghi nel 1927, e poi 1928; ma, soprattutto, introduzione a uno dei quadri più terribili e poetici di quel decennio. «L'homme ouvert», con il sottotitolo laconico, "dit aussi l'Autopsie", è proprio l'immagine di un corpo sventrato, che lascia vedere il giro lunghissimo dell'intestino come una perigliosa strada di montagna, arrampicata tornante dopo tornante. Il colore vi è graffiato, martoriato da un acido invisibile, che sta corrompendo ormai l'uomo disteso. Quella figura, raschiata così da Fautrier, si interrompe all'attaccatura delle gambe, dentro l'immobilità della morte. Zotti ha dipinto a lungo, in quel 1959, sagome intense e drammatiche, che culminano appunto nel «Deportato»: tutti torsi umani, come l'interesse fosse unicamente concentrato sul rumore sinistro dei denti serrati, e sul rovello malato delle interiora. Strato profondo di vita. tessuto connettivo che allontana il sogno, e trattiene solo il dolore di una perduta appartenenza allo spazio del mondo. Anche l'esperienza pittorica di Fautrier passa per il dominio dei campi di concentramento, e, insomma, per l'orrore della guerra. Del 1944 è «Le Massacre», e poi il ciclo «Tète d'otage», volti che sono quasi pietre arse dal sole del mezzogiorno. Da queste crete rasciugate, dal cranio spezzato di questi uomini, al pari delle pitture parietali nelle caverne, da tutta questa grondante sofferenza, insomma, nascerà, nel decennio successivo, uno dei poemi naturali più alti e struggenti, così intensamente abitato dalla malinconia. E come per fili azione diretta, o quasi solo per una sostituzione dei termini: non più la figura, ma totalmente il paesaggio. Siano nuvole, siano i grattacieli di Manhattan, grandi intrichi vegetali o erba ormai secca in estate, acque di un oceano profondo o il tramonto in Alabama. Mondo antropomorfo, o natura umanizzata: difficile dire dove si arresti l'uno e cominci l'altra; in che modo, anche. stiano tra loro in comunicazione. Non è sostanzialmente diversa, all'aprirsi degli anni Sessanta, la strada sulla quale Zotti prende a incamminarsi. Alcuni quadri de11961 - subito dopo la serie delle «figure», nelle quali, e specialmente in certune in modo tutto particolare, resta forte la devozione saettiana - indicano proprio come la natura sia frutto delle immagini crude di Auschwitz. Grovigli d'alberi, scelte non casuali di piante aguzze, spinose; tutto come il prolungamento arboreo di un braccio spezzato del condannato a morte, o la sostanza visibile dell'urlo fattosi solo silenzio. Il «Paesaggio», «L'albero vicino alla finestra» o l'«Interno con pianta» fluttuano dentro quest'aria tesa, esasperata, che fa della matassa organica il vero punto di forza. Convivenza di umano e naturale che trova giustificazione in due dipinti dell'anno seguente. «Figure e cactus» e «Metamorfosi» stanno sul punto di una prima maturità, in un momento in cui, esaurita nel 1964 la serie con il «Purgatorio», prenderà il via quel romanzo, stretto tra mito, realtà e surrealtà, che ha da allora caratterizzato il mondo di Zotti. Ma se, come a me pare, la natura ha sempre costituito in quest'opera un termine non sopprimibile di confronto - anche se è sempre stata poco citata e in tono come di mero supporto, quasi solo di fondale a quello che la gran parte dei commentatori ha indicato quale tema centrale, quello dell'Eros -, già in questi primi quadri che la contemplano, la cercano e la chiamano, essa mostra un aspetto che le sarà proprio fino alla metà degli anni Settanta; un aspetto, poi, che si lega al senso più generale della ricerca. La dimensione dello spazio è sempre misurata entro il profilo riquadrato di una finestra, e il paesaggio si appoggia nei pressi («L'albero vicino alla finestra»), o, addirittura, prende possesso del luogo chiuso «Interno con pianta»), rovesciando cosi il percorso che si vorrebbe da una stanza alla vastità. E' l'annuncio, comunque, di un altro spazio, che è quello della finzione scenica, l'asse teatrale su cui tutto avviene; avendo, questo teatro, quei brani di natura che, negli anni tra il Sessanta e il Settanta, sono soprattutto ambientazione egiziana, con piramidi e sfingi. Altri hanno insistito sulle quinte scenografiche messe in essere da Zotti, facendo bene rilevare la presenza, molto spesso, di una specie di scatola baconiana, nella quale, anziché consumarsi la tragedia dell'uomo, avveniva la celebrazione del Mito. Ma c'è un quadro che, per il senso di questa storia, ha un ruolo capitale nel lavoro di Zotti, e fa da spartiacque tra un prima e un poi. Energico, e colmo di significati poetici come sempre càpita alle opere poste su un discrimine, che partecipano del tempo passato ma annunciano con distesa chiarezza il nuovo. E' "L'isola" dipinta nel 1975; a suo modo anticipata da una figura «Nella laguna» del 1973; che risale, pietra lavica nerissima con l'occhio di Polifemo, la riva di un mar Rosso come Mosè. Immersa finalmente dentro l'indistinta luce serale di un'acqua e di un cielo che tra loro si confondono, scomparsa la linea dell'orizzonte. Luce fisica, costretta a una nascita e una morte continue; luce di un'alba e di un tramonto, di un giorno e di una notte. E non il lume fermo, assoluto, mai mutante di una giornata metafisica. Quello, per dire, di quadri come «Non parliamo del rubinetto» (1970-1971). «La passeggiata» (1972), «Piccola sfinge» (1972), «Angelo con tritacarne» (1973), solo per citarne alcuni degli anni che precedono questo 1975. Si è squarciato il velo che teneva quella stanza - dentro cui la gran folla dei personaggi si muoveva - come sotto un vuoto trasparente, lasciando scoprire un dentro e un fuori, e tuttavia senza possibilità di passaggio. L'illusione di un cammino, l'illusione della vita, del suo calore, non di più; del fluire e correre del sangue. «L'isola», nel non rinunciare a un'atmosfera tra Simbolismo e Surrealismo, che resta la chiave per accedere a questo mondo, accentua il lato boeckliniano del paesaggio, e, così facendo, per via indiretta, favorisce l'omaggio dechirichiano - lo sfondo storico e romantico della pittura sua degli anni Venti. Quella sorta di molo ligneo, al quale sta per approdare il quasi animale marino in lenta virata, anziché essere l'ingresso, è l'uscita dal palcoscenico; punto insieme di sguardi e di silenzi, che non è del resto quello dei riguardanti friedrichiani, quanto, semmai, proprio la balconata ventosa de «L'enigma dell'oracolo» di Giorgio De Chirico, o la roccia strapiombante in «Odisseo e Calipso» di Boecklin, da cui il primo dipinto certamente deriva. Ma e'è un altro segnale di cambiamento, che sarà ripreso poi con motivata costanza soprattutto nei secondi anni Ottanta. Il cielo non è più la piatta stesura uniforme, dove giorno e notte si alternavano senza che se ne potesse scorgere la differenza. Dipinto da Zotti sempre in termini antinaturalistici, e quasi scolpito, pur evocando spesso dolcezze, sprofondamenti e bagliori, ha qui, invece, un tono, e un aspetto, che richiama perfino i grandi cieli sopra la campagna inglese realizzati da Constable. Ora, è fin troppo chiaro che questo riferimento va ben oltre le intenzioni, e lo spirito di Zotti; ma per dir come questa pittura apra di qui la possibilità di un naturalismo tutto particolare, proiettato all'interno anziché all'esterno, che, comunque, avrà splendide conferme a partire dal 1985, quando un altro quadro cardine di tutta l'opera spalancherà altre visioni, nuovi entusiasmi. E' sufficiente adesso guardare il ciclo bianco rannuvolato, che in grandi matasse dietro l'isola precipita; e si placa su una lieve barriera montuosa innevata; quell'esile linea di frontiera che sempre sale dal mare. E come questo poema naturale presto continui, e proprio con l'immagine di terre più fredde, quasi sempre notturne e come invase dalla luce solo di una luna rosata, lo vediamo bene in un quadro del 1977, «Mummia e fiordi». Tra spiagge d'Olanda e fiordi nordici si è spesso orientato l'altro polo di questa ricerca, che aveva nella canicolare solarità mediterranea il suo opposto: o forse, piuttosto, la sua complementarietà. Introduce, l'oscurità polare, a una modificazione in senso romantico della pittura. Canto della vastità, del silenzio. delle voci cariche d'echi, dei profumi di ghiacci perenni. Come se un'inquietudine s'insinuasse, leggera, eppure con il suono percettibile di un rintocco. Quasi un munchiano aprire gli occhi sul mondo avesse invaso, con un lume nerastro, incatramato, gli occhi stessi di Zotti. Quel malessere, quello stupore, l'accorg-ersi improvviso della peribilità delle cose, del loro consumarsi con noi, e soprattutto il nostro preciso deperire; tutto quello che agita lo sguardo interrogante, e assieme muto di risposte, della figura femminile in un dipinto molto bello del 1983, l'ibseniano «Donna e fiordo». Preme da fuori, ansioso di occupare spazi nell'anima, il vero dell'esistenza, che per altre vie conduce il senso mitologico ad allontanarsi da questi luoghi scabri ed essenziali. Perché d'improvviso, annunciato da niente, ma so"tenuto solo dalla forza della poesia, nel 1985 compare un quadro eccentrico e singolare, potente e misterioso nella vicenda di Zotti: «Serale». Il pittore dipinge una deposizione laica, o un compianto sul Cristo morto; senza che le pie donne stringano d'attorno la figura argentea contro il grande albero, che, d'ora in avanti, starà come il cippo di confine, estremo baluardo prima dell'ignoto. Assai spesso il mare. D'improvviso ha completamente ceduto tutta quella forza del simbolo e della surrealtà che aveva governato il cristallizzarsi di una storia. Dilaga nello spazio un vasto sentimento umano, di pietà, di ricordo, di compromissione mai vinta con il passato: come un disteso canto funebre prima del tempo pasquale, prima dell'incontro di Emmaus. Forse, questo, il quadro più teneramente vicino alle brevi ragioni della vita, proprio perché concepito dalla parte dell'ombra. Ed ecco che, sul punto di lasciarla fisicamente, si accende, malinconico e crepuscolare, l'amore per Venezia; di più, l'amore per la grande pittura del Cinquecento veneziano, che talvolta si allargherà fino a comprendere raggi tiepoleschi. Poco toscana, questa deposizione; e, invece, climaticamente vicina a un Giorgione, a un Cima da Conegliano, al tardo e sulfureo Tiziano, al Tintoretto baluginante della Scuola di San Rocco e della «Deposizione» in San Giorgio Maggiore. Ma, anche, a un pittore soltanto partito da Venezia, drammatico, offuscato, notturno e lunare: quel Sebastiano del Piombo che ha dipinto uno dei quadri più inquietanti e forti di tutto il XVI secolo: la straordinaria e sensibilissima «Pietà» del Museo di Viterbo. In un plenilunio oscurato appena da nere nuvole, il corpo del Cristo è un'apparizione tenera e lattiginosa; steso su un drappo bianco spanto sulla terra arida, mentre la Madre riflette sulla lunga tunica il restante azzurro del cielo. Difficile da dimenticare, e difficile da scacciare questo sonoro silenzio mahleriano che si posa anche sulla sera dipinta da Zotti. Tenera unione di umori veneziani e lune schioccanti di Munch, che si realizza in questo come in altri quadri di luoghi ampi, bellissimi, della maturità per il pittore triestino. Dietro il grande albero della sera, si apre, deserta e spazzata da un vento immobile e ghiacciato, una tundra acquatica, priva di muschi e licheni, ricca solo di grandi silenzi e immisurabili solitudini: totale rispetto per l'umano e l'assoluto. Tocca qui, Zotti, certo uno dei suoi culmini, se non, addirittura, il suo punto più alto; accostandosi a coloro che questo sentimento della vita hanno espresso nel sempre difficile e impervio racconto della natura. Gruppo di pittori che vale sempre la pena di non dimenticare, perché assumono su se stessi il rischio della lotta e della sconfitta. E quando qualcuno, come Zotti, che era sembrato da essi lontano, mostra invece di volersene far compagno, cresce ancora il motivo di una fiducia, il senso di una confessione non inutile e sempre attesa. Proseguono poi, gli anni Ottanta, avviandosi anzi al termine, con altri quadri ancora molto belli, dove resta fissa la presenza sta tu aria ed enigmatica dell'albero, dentro una luce, comunque, quasi sempre crepuscolare («Il lupo mannaro» e «Tunariza» del 1987, «Il bello e la bestia» dell'anno successivo); o dove, sul fondo di un golfo placato, resta lo spazio per una «Annunciazione» che conosce Boecklin; o dove, infine, una glaciazione perenne sovrasta un fiordo con uno stranito blu profondo che non si riflette, ma semina stelle («Fiordo e cane egizio», 1988). Ma, soprattutto, la svolta in chiave veneto-munchiana, di un romantico naturalismo emozionato, trova, tra 1990 e 1991, precisi motivi di conferma, con alcuni dipinti che coltivano, insieme, il senso di una solitudine e quello di un doloroso stupore davanti all'immenso. Decisivo il «Romantico» camminatore dentro il deserto di un'ultima Thule tenebrosa. Dantesco, malinconico perlustratore dell'Ade, attende, avanzando con passo grave, che qualcuno gli si presenti dinnanzi per fargli traversare l'ultimo rivo d'acqua, l'estremo braccio di mare prima che sia la luce piena. In una terra di nessuno, uno spazio che Zotti ormai condensa, nebbioso e umido, attorno alle sue figure, restano fermi solo g-li emblemi di quella che era stata la vita. Segni, pietre, dilavamenti di colline, terra bruciata, e il grande albero scolpito come in pietra di lavagna, striato dei lampi della notte. E di questo ascetico senso di ripiegamento interiore, il polo lussureggiante, eppure ormai spento perché l'Eden ha perduto la forza dell'eternità, è dato da «Il giardino incantato n. 2», dove una Santa Maria Egiziaca dolcissima e come stretta dentro una luce rivelata, siede nel mezzo di un paesagg-io silente, con le palme di un'oasi e il mare del nord appena più lontano. Sempre in questi quadri, che a me sembrano i suoi più belli e colmi del sentimento serale dell'attesa, si spande nell'aria un pulviscolo, una polvere stellata che ha in sè. però, il senso tragico della separazione, di uno strappo fra l'uomo e lo spazio. Natura desolata, nordica come mai lo era stata prima; deserta e solitaria, dove il silenzio è una voce più che un vuoto di vento. Albe e tramonti si susseguono, così spesso accompagnati, nell'ora notturna, dall'ombra della luna. Eppure, lontana da ogni compromissione di piacevolezza. questa pittura resiste sul filo altissimo di un rigore che è sostanza di pensiero, empito di vita. C'è, infine, un quadro che sigilla gli esiti estremi di questo singolarissimo naturalismo. «Figura, albero, paesaggio» (1991) ha la crudele luce di una separazione già avvenuta, e l'indicazione di un vagare privo di riferimenti che non siano la vastità entro la quale scomparire. Zotti spinge l'uomo fino all'estremità del visibile, sul ciglio dell'ultima strada davanti al Nulla. Solo volgendosi per guardare ancora una volta, resta fisso il profilo di una montagna innevata, quella che un tempo sorgeva dal mare e pareva essere il confine dell'esaurirsi delle cose, del mondo. Ciò che non era, ora diventa chiaro, spiovendo dall'alto il lume non più variabile di un oltretomba. Il grande albero resta fisso nel luogo di cui non si conoscono i limiti. Presenza solitaria, e conforto, prima che gli occhi grandi vedano il bianco silenzio.
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